lunedì 25 ottobre 2010

La horde

Le anime belle che si stracciano le vesti per i clamori pugliesi ma insistono su ogni minimo particolare che possa indurre raccapriccio hanno certamente cercato di evitare un filmaccio come questo, evidenziandone lo splatter conclamato, la compiacenza della violenza manifestata, la riduzione ai fattori primi dell’esistenza e della non vita, la politicità ingenua delle metafore.

Eppure non basta qualche banale stroncatura per far dimenticare la storia, una volta che la si è vista, tutta d’un fiato.

Mica si tratta di paura o di repulsione. E’, al contrario, l’eterna suggestione, alla ennesima riproposizione, della semantica zombie, dei segni di una società irrisolta e non condivisa, di un futuro che finisce, lì. Di Romero restano le geniali intuizioni politiche. Dell’oggi i riferimenti geografici e socio culturali, non senza una buona dose di humour liberatorio. Chi parla, e straparla, di non-luoghi, di periferie e di degrado socioeconomico, dovrebbe dare un’occhiata da queste parti e considerare quanto della sua indignazione sia trasfuso in queste scene. Chi si allontana dalla riflessione e cerca solo svago, farebbe meglio a considerare la caducità di ordini e assetti, a tenere in conto non solo la variabilità del tempo atmosferico, ma anche quella dei rapporti di produzione. Chi si ostina a dividere il mondo tra i sessi e si interroga sulle identità perdute, sui valori dimenticati, sui ruoli indistinguibili, raccolga la sfida di Aurore, l’unica che, nomen omen, torna alla luce. Chi vive della poetica della deprivazione farebbe meglio a misurarsi con le estreme e improbabili conseguenze della sua visione del mondo. Sempre che, alla fine, ne rimanga una.

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