Sento dire che la cosiddetta green economy avrà sul sistema economico e sociale lo stesso effetto che hanno avuto in passato la rivoluzione industriale, l’elettricità, l’informatica.
Sarà.
Intanto mi par di capire che per green economy si intenda un coacervo di cose, prodotti, sistemi, metodi, misurazioni, indicatori. Questo insieme di fattori, o di presupposti, o di concrete realizzazioni, non sembra essere sempre coerente. Ma non fa niente.
Allora, si presuppone che la green economy sia quella cosa che minimizza il cosiddetto impatto ambientale, utilizzando il minimo indispensabile di fattori e di risorse per produrre beni e servizi, in modo che le supposte riserve naturali non abbiano a risentirne. Tutto questo in evidente e dichiarata contrapposizione con una grey o black economy (?!) che invece fa strage di risorse e ha un impatto ambientale devastante, essendo anche la responsabile prima del riscaldamento globale, della catastrofe prossima ventura e dell’inquietudine morale dei giorni nostri.
A ben vedere, si tratta quindi più di una filosofia che di un processo storico (come la rivoluzione industriale), di un’opzione morale più che di una rivoluzione tecnologica (come l’introduzione e lo sviluppo dell’elettricità), di un vincolo all’impiego di fattori produttivi (invece della libera disponibilità delle informazioni su scala planetaria nel caso dell’informatica).
Dell’introduzione di vincoli stringenti, deliberati o accidentali, nei rapporti sociali e di produzione è piena la storia economica, specie quella degli ultimi duecento anni. Per stare vicino a noi, basterebbe pensare allo shock petrolifero del 1973, in ambito di risorse energetiche, ma anche la mancata convertibilità del dollaro, nell’ambito delle risorse finanziarie internazionali, di un paio di anni prima. Mi sembra che questi fatti, queste, deliberate o accidentali, evenienze abbiano avuto effetti controversi sullo sviluppo economico; che, in generale, non sia possibile affermare che siano state positive o negative, avendo avuto appunto sia effetti di irrobustimento delle strutture (dopo periodi di crisi), sia irrevocabili redistribuzioni di poteri nel contesto internazionale. A voler tentare una definizione suggestiva, sarei tentato di dire che si sia trattato più di sliding doors che di punti di svolta. Per dire, insomma, che non è per forza necessario cercarsi le disgrazie per dire poi di sentirsi meglio quando sono passate.
Quello che a mio avviso differenzia la green economy da quei processi e dalle innovazioni cui ci si vuol richiamare è invece un semplice calcolo. Mentre in quei casi si trattava, sempre, di incrementi di produttività, con una progressiva riduzione dell’apporto di lavoro manuale, nel nostro caso siamo in presenza di un artificioso (perché deliberatamente scelto), e antieconomico (perché va in direzione inversa a un uso efficiente delle risorse presenti sul mercato), ancorché auspicabile e moralmente encomiabile, proposito di politica economica. Che questo sia giustificato ai fini della salvaguardia del futuro dell’umanità è un ottimo argomento retorico. Ciò non toglie che dal punto di vista meramente effettuale rappresenti un appesantimento delle dinamiche economiche. Se poi andiamo a vedere quanta acqua sia incorporata in un iPod, la frittata è già in padella.