giovedì 20 maggio 2010

Vermi della sabbia

Lophelia, dopo un’assemblea pubblica, si lamenta dell’alta velocità in arrivo dalle sue parti ed evoca addirittura i mostri preistorici. Ma forse si poteva meglio pensare, visti i tunnel, ai Geonemotodium arraknis. Comunque, ancora una volta si ripropone il ruolo di tristi figuri che vanno in giro a imbonire il colto pubblico e l'inclita guarnigione, magnificando disastri inimmaginabili e conseguenze nefande. Questa volta è un’opera pubblica. Altre è un cibo. Altre ancora una misteriosa radiazione. Quando non si tratta di entità meno misurabili e meno avvertibili, dalle polveri sottili alle onde elettromagnetiche, alle scie chimiche. L’importante è generare l’unico sentimento che oggi come oggi rende sicuramente, in termini di prestigio, di fama, di visibilità e, dimenticavo, di soldi. La paura, naturalmente. Perché dietro c’è un complotto, ovviamente.

mercoledì 19 maggio 2010

Intorno alle moschee, all’arte e alla storia

Trovo particolarmente fastidiose le polemiche sull’edificazione delle moschee. Il fatto è che, oltretutto, il fastidio è duplice.

Da un lato mi dà fastidio che si impedisca a qualcuno di edificare un luogo di culto, solo perché è di una categoria estranea alla “nostra” tradizione. La libertà, anche quella di culto, trova in questo caso un limite che sta scritto solo negli ordinamenti confessionali, nelle prerogative delle religioni di stato e nelle comunità che accettano regimi totalitari. Se le facciano, dunque, anche con i minareti (e non me ne vorrà la memoria di Oriana). Se penso a quanto deturpante sia per il paesaggio il cristianissimo e cattolicissimo cimitero di Soffiano, mi vien da ridere rispetto al presunto sgarbo per il Chianti.

Ma, dall’altro, mi dà altrettanto fastidio che, per difendere la libertà, senza aggettivi, si lasci spazio a fanatici intolleranti, integralisti, fiancheggiatori delle pulsioni peggiori, omofobi e frustrati, beninteso animati delle migliori intenzioni, come tutti i viandanti sulle vie dell’Inferno. Non posso non pensare a quello che si vuole che la religione islamica rappresenti, al presunto riscatto che assicurerebbe contro i costumi lascivi e pagani delle civiltà occidentali. Non posso non vedere che c’è anche un progetto politico, di imperialismo reverso, dietro a queste rivendicazioni di culto; che, insomma, come sempre, la religione è strumento politico e di stato, oltre che sentire umano primordiale.

Quindi, caduto nella trappola dell’alternativa tra i fastidi opposti mi domando cosa sarebbe meglio pensare.

Intanto, sottolineo che sto pensando cosa dovrei pensare: mi sembra un esercizio desueto, quello dell’interrogarsi sulle ragioni del ragionamento. Forse circolarmente vizioso, ma tanto virtuoso per la diffusione di abitudine sane, mi consolo.

Poi, mi dico che sconsacrerei tutti i luoghi di culto, essendo questa l’unica soluzione radicale e coerentemente accettabile per chi pensa che portare il cervello all’ammasso sia una delle abitudini più deteriori, con una diffusione direttamente proporzionale al numero dei fedeli religiosi. Attenzione, li sconsacrerei, non li brucerei (come diceva quel ritornello para-anarchico di tanti anni fa). Perché, quasi tutti, sono pieni di opere d’arte grandissime, piacevolissime, grondanti di storia e di cultura. E qui viene fuori la parola pericolosa. La cultura, come la intendiamo correntemente, con la sua dimensione storica, incorpora quello che è stato, oltre quello che vediamo o che vorremmo. Non si può prescindere dalla storia per avere una cultura. E la storia è piena di religione, o quantomeno di fatti che con la religione hanno intrecciato legami di ogni tipo, spesso perversi. E le opere d’arte non esisterebbero senza questi legami, quindi senza l’evoluzione delle religioni e delle loro nefandezze. So bene che esiste, da qualche parte, anche un’arte laica, ma non è influente in questo ragionamento. La perdita del connotato sacro di questi edifici mi pare insomma l’unico esito accettabile di questo contorto e contraddittorio sentire. Esito che cade nell’improbabile, come al solito.

domenica 21 marzo 2010

Gooonvio

Sono due mattine che mi alzo e mi fa male un occhio: un fastidio, un bruciore e anche un certo gonfiore sotto la palpebra inferiore. Penso sia stato un po’ di sporco entrato dentro, niente di preoccupante. Verso le una decido però di andare in farmacia a prendere qualche rimedio da banco, mica un farmaco coi controfiocchi. Leggo sul giornale che è aperta una farmacia comunale vicina, la numero 16 di viale Talenti, Etruria addirittura si chiama. Controllo l’orario, è dato continuato dalle 9 alle 20. Perfetto. Arrivo qualche minuto dopo le una, noto un cartello che dice di suonare il campanello dalle 13 alle 16 e una sedicente dottoressa che si sta avviando alla porta mentre ancora una cliente sta terminando gli acquisto con la sua collega. Visibilmente scocciata si riporta dietro il banco. Le chiedo di darmi qualcosa per l’occhio indicandoglielo. Prima dice che non ha niente. Insisto. Dice che è molto “gooonvio” e che va fatto vedere. A parte che tanto gonfio non era, cosa sto facendo se non farlo vedere? Le chiedo se davvero non mi dà niente e quella ridice che è molto gooonvio!

Me ne vado sconsolato verso Scandicci, scuotendo la testa, con l’altra farmacista visibilmente esterrefatta del comportamento della collega, ormai evidentemente più attratta dalla pennichella nel retrobottega che dalla somministrazione di una qualche acquetta colorata.

A Scandicci ottengo solo delle fialette emollienti, rinfrescanti, nemmeno scaricabili dalle tasse, gentilmente consegnatemi da una dottorina giovane e inesperta, che nemmeno si prova a curare un banale arrossamento.

Forse, avessi chiesto aiuto dicendo che l’occhio mi si era infiammato utilizzando gli occhialini 3d avrei avuto maggiore soddisfazione, un’intervista della televisione e consigli appropriati degli esperti di turno, pronti a saltar fuori a concionare sul nulla, come al solito.

venerdì 12 marzo 2010

La Fata Morgana

Adesso sono gli imprenditori ad accorgersi dell’arretratezza della Toscana. Coloro che fino a ieri, forti del patto neo corporativo con le classi dirigenti politiche e amministrative, lucravano sulle rendite di posizione delle nicchie manifatturiere, delle disinvolte gestioni dei contratti di lavoro, delle rendite immobiliari e fondiarie propriamente dette, oggi approfittano dell’imminenza elettorale per avanzare le loro, spesso, sacrosante richieste.

Da un lato, gli “arretrati” commercianti rilanciano sulla vivibilità del centro storico, speculando sull’attenzione che sembra rivolgere loro la nuova amministrazione, ma sorvolando sulla contraddittorietà di alcuni esiti delle recenti scelte in materia di viabilità e di trasporti.

Dall’altro, fanno controcanto gli “avanzati” industriali che scoprono unità di misura della ripresa economica inconsuete per queste latitudini, gettano sguardi e speranze su decenni di lacrime e sangue, forse sperando di raccogliere quanto e più di prima in termini di supporto dei pubblici poteri.

Tutti si accorgono che il modello tanto decantato, piccolo turistico e banale (culturalmente parlando), con cui si pensava di morire tranquilli, dopo un’esistenza agiata e riverita, ha dato tutto il meglio e tutto il peggio che era nelle sue corde.

Quasi tutti si rendono conto che il decadimento culturale, almeno quanto quello infrastrutturale, sta facendo pagare ai toscani (e ancor più ai fiorentini) un conto salatissimo, tanto più aspro quanto più alte sono le auto percezioni del collocamento nella scala sociale. Le università e la ricerca in stato comatoso, da un lato, piste di atterraggio e strade carrozzabili (parlare di aeroporti o autostrade potrebbe essere sconsiderato) dall’altro, sono i veri segnali del soccombere incombente.

Quasi nessuno si rende conto però che, ammesso che qualcuno abbia un copione per uscire dalla crisi e risalire, mancano del tutto gli attori, quelli in grado di interpretare ruoli da innovatori, quelli in grado di immaginare soluzioni nuove a problemi irrisolti. Aver lasciato marcire ogni ambizione di coltivare classi dirigenti adeguate, lasciandone la selezione e la formazione alla spontaneità degli orientamenti culturali o alla vacuità della tenzone politica, oggi viene pagato con un prevalere del giovane, un valore in quanto tale, in realtà una moneta falsa o giù di lì.

Eppoi arrivano i gendarmi, e i procuratori che sembrano poter risolvere tutto, cacciando i cattivi in galera

e ripristinando la legalità. E invece a me sembrano un miraggio, come questo.

All'improvviso apparve una donna molto bella, che offrì l'isola al conquistatore, e con un cenno la fece apparire a due passi da lui. Guardando nell'acqua egli vedeva nitidi, i monti, le spiagge, le vie di campagna e le navi nel porto come se potesse toccarli con le mani. Esultando il Re barbaro balzò giù da cavallo e si gettò in acqua, sicuro di poter raggiungere l'isola con un paio di bracciate, ma l'incanto si ruppe e il Re affogò miseramente. Tutto infatti era un miraggio, un gioco di luce della bella e sconosciuta donna, che altri non era se non la Fata Morgana.”

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mercoledì 3 marzo 2010

Il Paese dei campanelli

So di far inorridire i benpensanti di sinistra, ma mi domando se davvero non sia il caso di difendere il centrodestra da esso stesso, per il bene di tutti. Che siamo in presenza di una manica di incompetenti e anche di disonesti non lo dico io ma autorevoli esponenti di quello schieramento. Ma, come si dice in questi casi, forse il problema che dobbiamo porci è un altro. E’ possibile nelle due regioni principali del paese lasciare la metà (o più) dell’elettorato senza rappresentanza politico istituzionale? Cerchiamo di uscire per un attimo dalle nostre sacrosante trincee dell’appartenenza politica e del rigore giuridico e morale e domandiamoci quali potrebbero essere le conseguenze di un simile scenario. Ci sono state nel passato, nel nostro o in altri paesi, situazioni assimilabili che hanno determinato o favorito esiti eversivi? Non si rischia di premiare oltre ogni merito coalizioni e formazioni altrettanto sgangherate e aspiranti apprendiste stregoni?
Ecco perché mi domando, con sincera dubitazione, se non sia il caso di attivare qualche straordinaria procedura che, sanzionando negligenze e disonestà, additando imperizie e squallidi sotterfugi (alle spalle degli elettori sinceri e specchiati), restituisca a questa sentina la possibilità di sboccare a cielo aperto e di battersi per il primato. Non sarebbe, in fondo, un bell’esempio di fair play, una palla restituita all’avversario, una solida prenotazione di vittoria per schiacciante superiorità morale?
In fin dei conti non sono mica il solo a pensare che viviamo nel Paese dei campanelli

sabato 20 febbraio 2010

Poppe finte

A proposito del tanto sbandierato provvedimento che vieterebbe (vieterà) l’impianto di protesi mammarie nelle donne minorenni (e che si dice di eventuali maschi?) ci sono due considerazioni da fare.

  1. a differenza di quanto vanno vantandosi i promotori, il fatto di essere il primo paese ad adottare una simile normativa è il segno di una deriva liberticida, evidentemente inesistente nel resto del mondo, tanto più insidiosa perché interviene su azioni evidentemente idiote (e come tali rifuggite da gran parte delle persone, dei genitori e delle fanciulle) che non avrebbero proprio per questo necessità alcuna di codifica legislativa (e di annesse sanzioni);
  2. lo Stato, così facendo, ti entra nelle mutande e ti dice da che parte devi portarlo. Sempre per il tuo bene, naturalmente.
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giovedì 18 febbraio 2010

McAsiago

Per farmi perdonare (?) le perorazioni in favore del cibo di origine felina ho pensato bene di andare a pranzo da McDonald’s, dove mi sono imbattuto nel tanto pubblicizzato McItaly. Per gli sloofuddisti che non sanno nemmeno dove stiano i McD, trattasi di menu che, opportunamente reclamizzati dal Ministro stesso, sono frutto dell’accordo tra la multinazionale e Zaia per offrire “genuini” prodotti italiani nei localini della grande M.

Tra gli ingredienti del mio panino spicca in evidenza il formaggio di Asiago dop, che, se non sbaglio, è veneto. E Zaia si è appena candidato alla Presidenza della Regione Veneto. Quante fette di Asiago vale un governatorato?

Invece di blaterare sproloqui il severo censore dei nostri costumi alimentari, puzzolente di prezzemolo, avrebbe fatto meglio a porsi una domanda simile, visto che lo stesso Ministro si è vantato della quantità di commesse che l’accordo avrebbe portato alle aziende coinvolte.

Per la cronaca, non si notavano differenze di gusto tra quel panino e quelli soliti. Tanto valeva farsi un Big Tasty…

martedì 16 febbraio 2010

I gatti

Sappiamo che stiamo violando le norme facendo apologia di comportamenti vietati dalla legge a tutela degli animali di affezione, ma ricordo che durante la guerra di gatti non se ne trovavano più, che a Berlingaccio chi non ha ciccia ammazza il gatto e che da anni si vocifera di un ristorante a Montespertoli che, con opportune entrature, il gatto te lo cucina a dovere. Quando ero piccolo mi raccontavano anche di un omicidio commesso da un parente contro chi gli aveva rivelato di avergli fatto mangiare gatto, invece che coniglio...
In fin dei conti, anche un cavallo può essere animale d’affezione, ma a nessuno verrebbe in mente di chiudere le macellerie equine, di impedire il commercio degli sfilacci o di servire la pastisada con la polenta. Per non parlare delle prelibatezze d’asino.
Invito questi schifiltosi benpensanti a farsi un giro in rete. Io ho subito trovato questa:
Kg 1,200 di gatto nostrano
· 2 carote
· 1 gambo di sedano
· 2 pomodori maturi
· 1 ciuffo di prezzemolo
· farina bianca
· 1 bicchierino di grappa
· 1/2 dado per il brodo
· della cannella in polvere
· olio
· 1 foglia di alloro
· 1 rametto di rosmarino
· sale e pepe
Inizia:
riducendo il gatto a pezzetti, poi lavalo per bene e asciugalo.
Un suggerimento:
prima di cucinare il gatto è consigliabile marinarlo, in un misto di acqua, erbe aromatiche e ... importante: aceto, vino o limone, che serviranno a togliere al gatto quel gusto leggermente selvatico che ha e soprattutto ad ammorbidirne le fibre e le sue parti più stoppacciose.
Poi passalo nella farina e fallo dorare in una casseruola con qualche cucchiaio di olio.
Nel frattempo:
prepara un trito grossolano degli aromi - le carote, il sedano, i pomodori, il prezzemolo - aggiungi una piccola presa di cannella, l'alloro e il rosmarino t

Poi ho trovato questa
image
Subito dopo questa, vicentina:
Se gavi deciso de farlo in tecia, ocore prima de tute che serchê de vedare
qualo ch'el ze quelo pì in carne, sperando de intivarghene uni che n'ol gai
superà i do ani de età e che la so parona la ve gabia fato on dispeto tempo
indrio.
Na bona matina tolì su el s'ciopo e vê fora bonora, disendo in casa ca vê
ciapare on bigolo de aria fina. Mejo de tuto saria ch'el dì prima gavesse
fato na bela nevegada, da quela che resta par tera quindase dì.
Apena ca ociê el gato in parola fê finta de gnan vedarlo; scondive de drio
on canton, carghê el s'ciopo e fê quelo che gavi da fare. Portevelo casa
rento la sporta de la spesa; par strada saludê tuti e a chi che ve domanda
cossa ca gh'in fê del s'ciopo, disighe ca si na a trarghe a on pantegan.
Na volta rivà casa sarê ben el cancelo, nê in te l'orto e pichê su s'on palo
el gato, verzighe la pansa cofà on conejo e tireghe fora tute le buele teghendo
da parte el figà. Tajeghe via la testa e deghela al can
Scavê desso na busa ne la neve, metive rento el gato e po coersila da novo.
Vê in casa, metì in giassara el figà del gato in na scudela e vê in seciaro
a lavarve le man fa Ponsio Pilato e pò da l'osto a bevarve un goto. Al sabo
vê confessarve e la domenega a tore la Comunion
Lassê el gato soto la neve par oto giorni, stasendo sempre tenti ch'el sia
ben coerto e ch'el can resta ligà a caena. Dodase ore prima de metarlo su
in tecia tirelo fora da la busa e ch'ol ze deventà tenaro, pelelo e lavelo
puito, lassandolo pò tacà a sgiossarse.
Felo a tochiti e metili in ona piana co na siola, na carota, na gamba de
seino, on spigolo o do de ajo, el tuto trità, treghe rento anca do foje de
doraro qualche gran de pevare e quatro-sinque de denevre, on spisigon de
droghe e quanto sale ch'el basta. Neghelo de vin bianco pitosto seco e desso
metilo in te la moscarola in caneva a marinarse par tuta la note.
La matina scolê i tochi de carne dal vin, sugheli puito e feli rosolare in
onantian co'n poco de ojo. Co' i gà ciapà a colore caveli via da l'onto e
vodê fora quelo che ze restà, pestê fina na siola, on pugneto de parsimolo
e on spigolo de ajo, po metì tuto ne l'antian co' na s'cianta de buro e ojo
zontandoghe dele fojete de salvia e on rameto de rosmarin. Lassê sfritegare
e po metì rento i tochi de gato.
Dopo diese minuti buteghe insima anca quatro-sinque pomodori pelà pena verti,
o se no on poca de conserva. Missiê col guciaro de legno, zonteghe on biciere
de vin bianco e uno de rosso. Metighe su el coercio e fê cusinare par on'ora
e mesa o dô, bagnando co del brodo se se suga massa.
A la fine unighe el figà trità, metì i tochi de gato col so pocieto sol piato
e porteli in tola compagnandoli co' la polenta calda. Disighe ch'el zê conejo
nostran, slevà a erba e farinasso e vedarì che rassa de figuron che farí.
Co' i ga ben magnà e bevù, servighe, insieme co la graspeta, la novità.....

Non sono solo a pensare che si stia lasciando troppo spazio a gente che non ha altro da fare che insegnarti a vivere, pensare, cucinare, naturalmente a modo suo. Leggete Andrea Sacchini, per esempio.
Da parte mia, aspetto...

Dopo la pubblicazione trovo segnalato anche questo How to eat cats, di un certo interesse direi.

domenica 3 gennaio 2010

Sala d’aspetto

Stamani partiamo per Milano. Due giorni di mostre e shopping, se la salute ci assiste. Arriviamo alla stazione con congruo e inopinato anticipo, visti gli orari domenicali dell’azienda di trasporto. D’obbligo la sala d’aspetto, dove non è necessario mostrare un biglietto, si entra e ci si siede. Già. Non fosse che ci sono almeno una ventina di persone in piedi. Poi notiamo che quella che pare una saletta vip, debitamente chiusa da vetrate, è quasi vuota. Solo un poveretto che dorme sdraiato sui sedili, una coperta che lo copre a malapena. Gli altri posti vuoti. Perplessi, troviamo posto a sedere, ma a distanza di sicurezza. Altri, affaticati o distratti, entrano e, invariabilmente, escono quasi senza aver varcato la porta. Da quel che si vede può essere solo odore o rumore. Eppure qualcuno vi si siede e legge il giornale. Dopo una ventina di minuti abbondanti una pattuglia di tre poliziotti sgombera la postazione e si premura di lasciare aperta la porta. Una bella efficienza. Intanto chiamano il treno, molti escono. L’episodio aspetta solo di ripetersi.

lunedì 30 novembre 2009

Green Economy?

Sento dire che la cosiddetta green economy avrà sul sistema economico e  sociale lo stesso effetto che hanno avuto in passato la rivoluzione industriale, l’elettricità, l’informatica.

Sarà.

Intanto mi par di capire che per green economy si intenda un coacervo di cose, prodotti, sistemi, metodi, misurazioni, indicatori. Questo insieme di fattori, o di presupposti, o di concrete realizzazioni, non sembra essere sempre coerente. Ma non fa niente.

Allora, si presuppone che la green economy sia quella cosa che minimizza il cosiddetto impatto ambientale, utilizzando il minimo indispensabile di fattori e di risorse per produrre beni e servizi, in modo che le supposte riserve naturali non abbiano a risentirne. Tutto questo in evidente e dichiarata contrapposizione con una grey o black economy (?!) che invece fa strage di risorse e ha un impatto ambientale devastante, essendo anche la responsabile prima del riscaldamento globale, della catastrofe prossima ventura e dell’inquietudine morale dei giorni nostri.

A ben vedere, si tratta quindi più di una filosofia che di un processo storico (come la rivoluzione industriale), di un’opzione morale più che di una rivoluzione tecnologica (come l’introduzione e lo sviluppo dell’elettricità), di un vincolo all’impiego di fattori produttivi (invece della libera disponibilità delle informazioni su scala planetaria nel caso dell’informatica).

Dell’introduzione di vincoli stringenti, deliberati o accidentali, nei rapporti sociali e di produzione è piena la storia economica, specie quella degli ultimi duecento anni. Per stare vicino a noi, basterebbe pensare allo shock petrolifero del 1973, in ambito di risorse energetiche, ma anche la mancata convertibilità del dollaro, nell’ambito delle risorse finanziarie internazionali, di un paio di anni prima. Mi sembra che questi fatti, queste, deliberate o accidentali, evenienze abbiano avuto effetti controversi sullo sviluppo economico; che, in generale, non sia possibile affermare che siano state positive o negative, avendo avuto appunto sia effetti di irrobustimento delle strutture (dopo periodi di crisi), sia irrevocabili redistribuzioni di poteri nel contesto internazionale. A voler tentare una definizione suggestiva, sarei tentato di dire che si sia trattato più di sliding doors che di punti di svolta. Per dire, insomma, che non è per forza necessario cercarsi le disgrazie per dire poi di sentirsi meglio quando sono passate.

Quello che a mio avviso differenzia la green economy da quei processi e dalle innovazioni cui ci si vuol richiamare è invece un semplice calcolo. Mentre in quei casi si trattava, sempre, di incrementi di produttività, con una progressiva riduzione dell’apporto di lavoro manuale, nel nostro caso siamo in presenza di un artificioso (perché deliberatamente scelto), e antieconomico (perché va in direzione inversa a un uso efficiente delle risorse presenti sul mercato), ancorché auspicabile e moralmente encomiabile, proposito di politica economica. Che questo sia giustificato ai fini della salvaguardia del futuro dell’umanità è un ottimo argomento retorico. Ciò non toglie che dal punto di vista meramente effettuale rappresenti un appesantimento delle dinamiche economiche. Se poi andiamo a vedere quanta acqua sia incorporata in un iPod, la frittata è già in padella.