Trovo particolarmente fastidiose le polemiche sull’edificazione delle moschee. Il fatto è che, oltretutto, il fastidio è duplice.
Da un lato mi dà fastidio che si impedisca a qualcuno di edificare un luogo di culto, solo perché è di una categoria estranea alla “nostra” tradizione. La libertà, anche quella di culto, trova in questo caso un limite che sta scritto solo negli ordinamenti confessionali, nelle prerogative delle religioni di stato e nelle comunità che accettano regimi totalitari. Se le facciano, dunque, anche con i minareti (e non me ne vorrà la memoria di Oriana). Se penso a quanto deturpante sia per il paesaggio il cristianissimo e cattolicissimo cimitero di Soffiano, mi vien da ridere rispetto al presunto sgarbo per il Chianti.
Ma, dall’altro, mi dà altrettanto fastidio che, per difendere la libertà, senza aggettivi, si lasci spazio a fanatici intolleranti, integralisti, fiancheggiatori delle pulsioni peggiori, omofobi e frustrati, beninteso animati delle migliori intenzioni, come tutti i viandanti sulle vie dell’Inferno. Non posso non pensare a quello che si vuole che la religione islamica rappresenti, al presunto riscatto che assicurerebbe contro i costumi lascivi e pagani delle civiltà occidentali. Non posso non vedere che c’è anche un progetto politico, di imperialismo reverso, dietro a queste rivendicazioni di culto; che, insomma, come sempre, la religione è strumento politico e di stato, oltre che sentire umano primordiale.
Quindi, caduto nella trappola dell’alternativa tra i fastidi opposti mi domando cosa sarebbe meglio pensare.
Intanto, sottolineo che sto pensando cosa dovrei pensare: mi sembra un esercizio desueto, quello dell’interrogarsi sulle ragioni del ragionamento. Forse circolarmente vizioso, ma tanto virtuoso per la diffusione di abitudine sane, mi consolo.
Poi, mi dico che sconsacrerei tutti i luoghi di culto, essendo questa l’unica soluzione radicale e coerentemente accettabile per chi pensa che portare il cervello all’ammasso sia una delle abitudini più deteriori, con una diffusione direttamente proporzionale al numero dei fedeli religiosi. Attenzione, li sconsacrerei, non li brucerei (come diceva quel ritornello para-anarchico di tanti anni fa). Perché, quasi tutti, sono pieni di opere d’arte grandissime, piacevolissime, grondanti di storia e di cultura. E qui viene fuori la parola pericolosa. La cultura, come la intendiamo correntemente, con la sua dimensione storica, incorpora quello che è stato, oltre quello che vediamo o che vorremmo. Non si può prescindere dalla storia per avere una cultura. E la storia è piena di religione, o quantomeno di fatti che con la religione hanno intrecciato legami di ogni tipo, spesso perversi. E le opere d’arte non esisterebbero senza questi legami, quindi senza l’evoluzione delle religioni e delle loro nefandezze. So bene che esiste, da qualche parte, anche un’arte laica, ma non è influente in questo ragionamento. La perdita del connotato sacro di questi edifici mi pare insomma l’unico esito accettabile di questo contorto e contraddittorio sentire. Esito che cade nell’improbabile, come al solito.