mercoledì 15 luglio 2009
martedì 14 luglio 2009
lunedì 13 luglio 2009
L’informazione
“Stava riflettendo su una verità che aveva imparato nel corso degli anni: la gente sentiva quello che voleva sentire, vedeva quello che voleva vedere, credeva a quello a cui voleva credere. Ma per sfruttare questa debolezza bisognava essere furbi. Occorreva saper riconoscere desideri e aspettative. Dopodiché, con abilità e sottigliezza, fornire i piccoli indizi necessari a soddisfare gli uni e le altre.”
JEFFERY DEAVER I corpi lasciati indietro, Rizzoli, Milano, 2009, p.420
martedì 30 giugno 2009
venerdì 26 giugno 2009
Biodegradabili
Dopo tre giorni di timori e incomprensioni, ha capito che i nuovi sacchetti della Coop, orgogliosamente pubblicizzati, puzzano di pollo arrosto riscaldato.
martedì 23 giugno 2009
Declino
Il declino è inesorabile, davvero. Il sondaggio a sinistra l’ho tolto perché il risultato è nei fatti, prima che nelle risposte, che comunque erano davvero indicative, senza aspettare gli esiti delle ultime elezioni.
Colpisce la cecità di fronte all’accaduto. Colpisce la noncuranza con cui si mente sapendo di mentire. Colpisce la disinvolta cancellazione delle pene che tanti onesti e sinceri elettori di sinistra si apprestano a vivere nelle città e nelle province che sono passate di campo. Quella che dovrebbe essere caratteristica di una civile convivenza democratica, l’alternanza di diversi schieramenti nelle responsabilità di governo, viene dimenticata o maledetta, a seconda degli stati d’animo e della paraculaggine dell’interlocutore.
Qualcuno dovrà pur spiegare che sono state mantenute città e province solo laddove si presentavano candidati robusti, innovatori, amministratori attenti ai segnali di disagio della società, quelli veri, non quelli immaginati.
Qualcuno dovrà pur avvertire che, al prossimo giro, sono prossime a cadere altre fortezze di quelli che, come diceva Machiavelli, dopo avere “nutrito inimicizie contro a sé”, si meritano il biasimo come “qualunque, fidandosi delle fortezze, stimerà poco essere odiato da' populi”.
Incapaci di competere e di innovare, portatori di conservazione e mistificazione, arroccati nella mentalità corporata, danno la colpa agli altri delle loro disgrazie, criticano i costumi dell’avversario e non si accorgono della miseria della loro condizione. Occorrerebbe invece reagire liberalizzando il mercato politico e la concorrenza nella formazione delle classi dirigenti, se è consentita l’analogia, invece di elevare continui dazi protettivi che, nella migliore delle ipotesi, generano mercato nero e contrabbando, quando non rovinano partiti interi e perfino nobili ideali.
Negare tutto, soprattutto l’evidenza, sembra invece essere la parola d’ordine. Andate a dirlo ai pratesi che abbiamo vinto.
giovedì 18 giugno 2009
mercoledì 10 giugno 2009
Non ci siamo per niente
Dai miei lontani studi di psicologia (superficiali, come tante cose che ho fatto) mi sembra di ricordare che una delle tante teorie della percezione dice che si vede solo quello che già si conosce. Un corollario della teoria è che si vede solo quello che si vuole vedere (il che poi non è altro che il rovesciamento, in un altro dei cinque sensi, del detto per cui non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire). Una delle applicazioni della teoria riguarda quindi il processo di apprendimento dei neonati che, anche se fisicamente vedono, non vedono, nel senso cognitivo, finché non riconoscono. E riconoscono, per prima, colei che gli dà da mangiare, guarda caso.
Forse questa vulgata di pensieri importanti, parziale e sgangherata, potrebbe essere di una qualche utilità a tanta gente del variegato e inconcludente mondo di sinistra che si affanna a non vedere quello che le è successo e quello che continuerà a succedere.
Non si può interpretare altrimenti l’atteggiamento sufficiente, sprezzante e disincantato di chi, avendo combinato danni da vandalo, proclama con disarmante facezia che la crepa nel fronte nemico è arrivata, che l’avversario è in difficoltà, che le sue truppe hanno tenuto.
E di chi sta per giocare la carta della giovanecheincantaleplatee, delle forzenuoveesane, del rafforziamoivaloriidentitari. Tutte fanfaluche per buoi ignoranti e creduloni, disorientati dalla routine e pronti alla nuova pronazione. Chi faceva il duro e puro si è già accasato con l’ex magistrato, chi si accontenta delle strillate nostalgiche continuerà a perdersi nelle listine inconcludenti, capaci solo di proliferare per divisione. Un bel congresso di quelli veri sancirà che le cose rimangano esattamente come prima, senza che niente, all’orizzonte o in cantina, faccia vedere qualcosa per cui valga la pena di impegnarsi.
Stupisce la capacità di nascondersi anche all’evidenza dei fatti, rifiutando cifre e solide argomentazioni, oltre che le ripetute riprove del malfunzionamento delle proprie categorie e delle letture della dinamica sociale. Un esempio lampante è quello di volersi ancora attardare a rincorrere l’Italia di coloro che non arrivano alla fine del mese, senza capire che, estremo affronto proprio per loro, sono tale minoranza che non determinano nemmeno spostamenti marginali. E che, comunque, anche se fosse, hanno scelto di votare camicie verdi o veline discinte.
Adesso, in questa città un po’ malmessa e un po’ perfida, un po’ innovatrice e un po’ disgregatrice, si presenta una sfida che parrebbe già risolta. E invece no, se continueranno gli errori interpretativi, se continueranno a vedere quello che non c’è o che non conta niente. Se si chiederà a chi ha rischiato di tornare nel branco. Spero solo che questa nuova partita venga giocata a tutto campo, lasciando negli spogliatoi l’attempato fuoriclasse e considerando che per vincerle, le partite, un portiere non è mai sufficiente, a meno che non sia quello avversario. E che, in ogni caso, ci vuole qualcuno che tiri in porta.
mercoledì 27 maggio 2009
Il Milione, una bufala
Allettato da una intrigante pubblicità sulla “bugiarda” (il più vecchio quotidiano fiorentino era così chiamato dai nostri nonni più accorti), ho deciso di dare un saluto a una parte della mia vita andando a cenare con famiglia proprio lì. Il posto è incantevole, ma dovevo essere più avvertito: un sito web che non funziona bene, che si mostra invece di mostrare, è un segnale che qualcosa non va. Il panorama è mozzafiato: Firenze si vede e si intravede, il declinare della luce dal rosa al blu notte fa scomparire il verde riposante degli ulivi e ti richiama alla fiammella della candela che nel frattempo ti hanno gentilmente acceso sulla tavola.
Cominciano però subito le insofferenze del personale. Vogliono che tu ordini, ma c’è chi ancora non ha deciso e non sa cosa prendere, timorosa di sbagliare. Tornano due volte e alla terza li accontentiamo cominciando a chiedere cosa siano alcuni piatti dal nome fantasioso e a ordinarne altri decisamente attraenti. Uno dei motivi per cui son voluto andare lì è perché si reclamizzavano con piatti di piccione, una delle mie vere infinite passioni. Ordino quindi un primo al piccione e il secondo, un piccioncino alla griglia. Chiedo quindi se sia possibile avere per contorno verdure alla griglia, segnalate sul menu come contorno a tragiche grigliate miste (quelle dove riciclano qualche taglio avanzato…). Rispondono di sì, salvo tornare dopo qualche minuto e accennare, con il tono di chi conosce i piani dei paesi socialisti, a improbabili impossibilità: “Esce solo con la grigliata”, dice la sciocca riferendosi alla verdura.
Partiamo con pretesi coccoli con prosciutto e stracchino. Pallide imitazioni mal riuscite dei coccoli veri, che per chi non lo sapesse erano solo quelli di borgo Pinti angolo via della Colonna, unti e croccanti al punto giusto. Arrivano i primi e sono tutti, quale più quale meno, arricchiti con dosi, parche ma sensibili, di panna, manco fossimo nei mitici anni ottanta. Il sapore e il gusto ne risentono, come il nostro umore. Arriva poi il mio piccioncino, generosamente spalmato di olio d’oliva, cosa che potevano benissimo risparmiarsi, anche perché l’olio non era niente male e non meritava di finire così. Meritava invece di accompagnare una stuzzicante misticanza del contadino, fosse stata quella che promettevano. Trattavasi invece di quattro foglie quattro di banalissima insalatina da supermercato, tirata su con non si sa cosa, che probabilmente non aveva mai visto un contadino nella sua pur breve vita, arrivata sul mio desco solo per il rifiuto di cui sopra.
Un altro secondo ordinato era un peposo su crema di fagioli, che non valeva lo sforzo di camuffamento da piatto rusticano e nemmeno quello di passare al setaccio i poveri fagioli. Carne tenera ma paradossalmente quasi insipida, nel senso di poco saporita.
A chiudere, dei tortini di pera direttamente dal forno, con tentate procurate ustioni che Fantozzi ancora se le sogna, passabili ma assassini.
Non abbiamo bevuto vino, ci abbiamo dato dentro con l’acqua gassata e abbiamo sborsato 105 euro per nemmeno tre pasti completi. Tanto valeva pagare il biglietto per il paesaggio e portarsi un panino da casa. Per fortuna che la mia vita prosegue e ho modo di rimediare all’errore, non tornandoci più e invitando chi mi legge a cercarsi altri panorami, che per fortuna non mancano.
Qual è il locale da evitare? L’Osteria del Milione: non provare per credere!
Etichette: ristoranti
domenica 17 maggio 2009
Lezione d’amore
Davvero sta passando troppo sotto silenzio questo bel film. E allora ritorno a scrivere per aumentargli almeno un paio di spettatori. Perché? Intanto perché è ben recitato, da gente che sa il fatto suo, capace di inchiodare gli occhi in un’espressione, diversa da quella precedente, capace di trasmettere inquietudine e rimorso, angoscia e risoluzione, tenerezza e disgrazia. Poi perché è un film sapientemente maschilista, che mette al centro di narrazione e soluzione l’ego maschile e la sua infruttuosa ricerca di comprensione delle donne e nelle donne. Infine, perché assegna alle donne un ruolo tragico nonostante siano immerse fino in fondo nella farsa vitale dell’esistenza quotidiana. Il protagonista, incapace di dare verso positivo ai suoi sentimenti e alle sue pulsioni, accetta una vita patetica e divertita finché non cade nella solita trappola dell’amore, nonostante gli avvertimenti di un sagace e distruttivo amico, Dennis Hopper, sempre al meglio quando c’è da dare il peggio, artisticamente parlando.
Lento, a tratti tedioso, riconcilia con lo scorrere delle storie, recupera il sano gesto di ricordare con i racconti e non con infallibili flash back, evolve verso un finale previsto e insano, almeno a giudicare dalle premesse, ma con un vincitore e una sconfitta. Antico e didattico?
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Rubare
Oggi, sui muri di una delle strade più ricche e centrali di Firenze, il solito idiota notturno ha lasciato traccia della sua miseria. C’è scritto: “La merce c’è. Ruba.”
Pensa di avere scritto chissà quale sentenza e non si rende conto di aver solo dimostrato ignoranza e propensione a delinquere. Se tutti, in ipotesi, facessero come lui consiglia entro pochissimo tempo non solo non ci sarebbe più niente da rubare, perché nessuno produrrebbe merci che non vengono vendute ma solo rubate, ma lui stesso sarebbe alla fame. L’acuto imbecille di sicuro preferirebbe vivere in uno stato di polizia, dove le merci sono proprietà dello stato che le vende solo per assicurare benessere ai boiardi e sopravvivenza alla plebe. Appunto.
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